Il dubbio fa crescere

6 Lug 2021|Libertà e diritti|
Ho ricevuto oggi la mail di Roberto (ometto il cognome nel rispetto della sua privacy) in cui mi esprime il suo disagio rispetto all’uso improprio ed offensivo che, in modo pretestuoso ed errato, la stampa mi ha attribuito in relazione alle parole “la vaccinazione rende liberi”.
Sull’argomento sono già intervenuta su questo sito. Ho apprezzato la mail di Roberto per i suoi toni garbati, per quanto critici: essa dimostra che si può esprimere dissenso rispetto ad una condotta od opinione altrui senza insultare od offendere, anzi cercando di comprendere le ragioni. Come di consueto, ho risposto alla mail esponendo le mie ragioni. La condivido qui con voi perché questo confronto dialettico può servire per fare chiarezza sul conflitto mediatico artatamente alimentato dalla stampa e da tutti gli organi di comunicazione di massa, dei quali ormai fanno parte anche i maggiori social network.
Siamo dentro una trappola mediatica: solo con il desiderio di sentire le ragioni dell’altro, anche partendo da una posizione critica come in questo caso, è possibile ampliare le nostre conoscenze e formarci delle opinioni fondate e davvero libere.
Quando i media ci indicano qualcuno come bersaglio di odio e ludibrio, impariamo ad approfondire e cerchiamo di ascoltare anche la sua campana, prima di associarci al coro delle voci urlanti.
I “5 minuti di odio” del romanzo di Orwell 1984 sono divenuti realtà: questo strumento e questi metodi di manipolazione totalitaria vanno contrastati, rifiutandoli e praticando il dialogo civile e coltivando il dubbio.
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Gentile Onorevole, 

mi permetto di contattarla con una mail personale – non frequentando alcun social network eccetto Linkedin – dopo aver letto l’accostamento da Lei proposto fra la campagna vaccinale e la vergognosa scritta riportata sul cancello del campo di sterminio di Auschwitz. 

Confesso che ne sono rimasto molto colpito, non solo perché l’ho trovato inopportuno e offensivo, ma soprattutto perché mi pareva dettato da una reazione impulsiva, come spesso sta accadendo in questo periodo politico piuttosto “muscolare”. 

Forse mi sbaglio, ma ho la netta sensazione che le cose da Lei scritte non le pensasse affatto. 

Perché a ognuno di noi, almeno una volta, è capitato di pensare a quell’immane tragedia della Shoah con un brivido alla schiena: chiedendoci come ci sentiremmo, se al posto di quegli anziani testimoni ci fossero stati i nostri nonni, i nostri genitori o i nostri bambini. 

Sono anch’io una persona spesso vittima di impulsività e trovo sempre difficilissimo tornare indietro. 

Proprio per questo, se intuisco il suo stato d’animo, mi sento di darLe un suggerimento (anche se assolutamente non richiesto!). 

Rivolga un messaggio alla comunità ebraica del nostro paese e a quanti si sono sentiti offesi, spieghi cosa intendeva veramente dire e si scusi personalmente se ha ferito la sensibilità di qualcuno. E’ questo che distingue le grandi donne e i grandi uomini. E Dio solo sa quanto l’Italia abbia bisogno di grandi donne e di grandi uomini a servizio del paese. 

Scusandomi per l’invadenza, Le auguro una buona serata e un futuro politico, professionale e personale ricco di soddisfazioni. 

Roberto

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Gent.mo,
Grazie per la sua cortese mail.
Mi spiace constatare che anche lei abbia travisato i fatti: io non ho affatto accostato la campagna vaccinale alla scritta di Auschwitz: chi lo ha fatto, forse inconsapevolmente, è stato il Dott. Ferro, usando uno slogan identico a quello nazista per convincere i dubbiosi a ricevere il vaccino. Io ho soltanto evidenziato un’assonanza talmente evidente e disturbante, proprio per la tragedia dell’olocausto che essa riporta alla mente, da suscitare diverse reazioni incredule, per esortare a maggiore attenzione riguardo ai metodi della propaganda per la campagna di vaccinazione. Quell’assonanza, infatti, mi è stata segnalata proprio da persone che hanno vissuto sulla propria pelle gli orrori del Nazismo. 
Il fatto che il Museo della memoria abbia indirizzato a me, e non all’autore di quello slogan orrendo ed esplicitamente liberticida le proprie critiche, è dovuto sicuramente all’”imbeccata” di qualche politico mio avversario che ne aveva bisogno per attaccarmi (cosa che poi ha fatto). 
Non avendo quindi compiuto alcun atto minimamente idoneo ad offendere la memoria delle vittime dell’olocausto, per le quali ovviamente ho da sempre il più profondo e sentito rispetto, non ho ritenuto di dovermi scusare, anche perché facendolo avrei implicitamente ammesso una mia presunta colpa. 
Spero che la mia risposta la soddisfi e soprattutto le serva a chiarirsi ed a chiarire quali siano le dinamiche perverse della comunicazione attuale, sia massmediatica che via social network, dove tutto viene cinicamente strumentalizzato a fini di meri calcolo. 
Nel ricambiare i suoi graditi auguri, la saluto cordialmente. 
Francesca Donato

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